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Racconti

[Original] Presagi di Dolore

di

Presagi di Dolore
Debora M aka Nasreen

Alzarsi la mattina e ritrovarsi a fissare lo specchio con aria smarrita. Cosa c’è che non va? Incomprensibile.
Osservare accigliata le coltri appena abbandonate, e accorgersi che no, stranamente, la voglia di tornare a raggomitolarcisi non c’è.
Cosa c’è che non va?
Prendersela con le poche ore di sonno, scrollare le spalle e decidere di farsi un caffè. Amaro, ovviamente. Tutto pur di schiacciare quel peso che ti opprime e blocca il fiato.
Qualunque cosa pur di poter tornare a respirare e allontanare il panico che ti ha catturata sin dal turbolento risveglio.
Muoversi, seppur meccanicamente, sembra essere l’unico mezzo pur di rallentare l’ondata di panico che senti strisciare, catturarti le gambe e salire
lentamente ma inesorabilmente verso la bocca dello stomaco. Inutile, tutto invano.
Un biscotto in bocca, il letto da rifare, gli abiti da coordinare e le scarpe da trovare, nel marasma di una stanza che appare fin troppo ordinata, se paragonata al caos della tua anima. Scivoli davanti allo specchio ignorandolo testardamente, occhi a terra e trucchi stretti in mano, forse puoi tentare di stendere la maschera per il mondo senza doverti osservare troppo attentamente. Forse puoi farcela.
Alzi gli occhi, e guardi oltre… ignori le pupille dilatate, la fronte aggrottata, le labbra morse a sangue e inizi a camuffare il tuo stato d’animo con strati e strati di trucco. Lo scopo è quello di renderti uguale a tutti gli altri, di non farti notare, ma fallisci miseramente: i tuoi occhi, ora truccati, risultano ancor più sgranati e liquidi.
Il senso di malore cresce, ancora. Ti spaventi e fissi l’orologio che segna le otto. Troppo presto.
Il desiderio di passare le mani freneticamente su quella lavagna sporca che è il tuo viso, per cancellare tutto, è forte. Una bambina capricciosa a cui non piace il proprio disegno, o forse una bambina insicura che non sa se il disegno piacerà agli altri.
Non lo sai, ma l’irritazione e il desiderio di passarti le unghie addosso, fino a scavare profondi solchi
rossi sulle tue guance pallide, ti spaventa.
Indietreggi e ti stacchi dallo specchio. Il mondo per un giorno può anche andarsene a quel paese, ti dici fintamente convinta.
Afferri la borsa e ti cerchi le chiavi, è presto ma non t’importa: devi uscire. E non perché si è fatto tardi.
La stanza intorno a te si muove più velocemente di te, non riesci a stare al passo con la realtà e senti il respiro farsi affannoso. La tua mano è lenta mentre cerchi afferrare il cellulare che si fa sempre più lontano, e il mondo più veloce vortica spingendoti ad aggrapparti al qualcosa che trovi alla tua sinistra. Ti aggrappi, chiudi gli occhi e delle immagini sfrecciano davanti alle palpebre chiuse.
Un ricordo? Un sogno dimenticato? Cosa?
La stanza rallenta ma il tuo cuore corre e sbatte violentemente contro il petto, lo senti premere contro lo sterno. Lo stomaco si serra violentemente. Fa male ma riesci ad afferrare il cellulare e lo stringi in un pugno mentre ti appoggi a un mobile chiedendoti quando finirà.
Squilla il telefono che hai in mano. Lo fissi, ti accigli e qualcosa scatta mentre premi il tasto verde e lo porti all’orecchio.
“Pronto?”, sussurri con voce rauca.
“Pronto? Ciao, sono io… Io, beh… ho bisogno del tuo aiuto…”
Chiudi gli occhi, ti accasci a terra e gemi.
Tremi, mentre ascolti la spiegazione di quel presagio che non eri stata in grado di cogliere e purtroppo le immagini del sogno dimenticato si riaffacciano nella tua mente.
Senti il rombo del tuo cuore che sbatte contro la cassa toracica, il suono del battito che risale verso l’alto e si riversa nelle tue orecchie, rendendoti sorda a tutto il resto. Il respiro si placa, fino a diventare flebile e impercettibile, mentre stringi i denti, per soffocare un grido che sembra voler uscire ma che invece si dibatte nella tua mente, attonita.
Cerchi di assimilare le parole, d’unirle tentando di formare frasi, e concetti. Continui ad ascoltare la voce che ti parla dall’apparecchio, di un incidente, un evento… o forse una disgrazia. Parole che rendono vere o tristemente chiare le forme e figure che hanno sfrecciato dietro i tuoi occhi
chiusi pochi minuti prima. Che danno un valore al presagio, che ti risucchiano l’anima.
“Mi senti? Sei ancora in linea?”
La voce è lontana, ma la senti e lentamente apri la bocca per rispondere, conscia che non avrai abbastanza fiato per far uscire le tue parole. Ti schiarisci la gola, ingoiando le lacrime e riprovi.
“Ti sento, va bene. Ho capito, ci penso io.”
“Ti senti ben…”
Clic. Attacchi. Non ti serve ascoltare altro, ti dici, mentre ti alzi a fatica da terra e i pensieri vorticano nella tua mente.
Ignori lo squillo del cellulare, lo lasci a terra, incurante, e ti dirigi nuovamente verso la camera da letto: la gonna fantasia che indossi non è più adatta al luogo in cui ti stai recando.
È il nero il colore che ti veste, adesso. Grigio e nero, come il vortice di disperazione che sembra divorarti dall’interno. Nero come il presagio che ti aveva investita quella stessa mattina, di cui adesso conosci ogni singola sfumatura.
Il panico sembra pronto ad assalirti di nuovo, ma questa volta lo tieni a bada. Non permetterai alle emozioni di straripare nuovamente, non permetterai loro di bloccarti e imprigionarti. Non usciranno, ti ripeti, fissandoti allo specchio senza in realtà vederti. Afferri convinta un rossetto rosso fuoco, e copri convinta il lucidalabbra neutro che ti eri passata poco prima. T’infiammi le labbra, e lo passi nuovamente, ancora e ancora,
fino a quando il rosso sembra essere l’unica cosa a spiccare sul tuo viso pallido e sconvolto. Ti fissi un’altra volta, fai un sorriso amaro, e dai un
altro colpo di rosso, giusto per essere convinta che la tua nuova maschera regga.
Sei pronta, decidi improvvisamente. Vestita di nero, con gli occhi nascosti dalle labbra color cremisi e il vuoto emotivo di chi è convinto di poter affrontare tutto senza lasciarsi frantumare.
Sei pronta, ti ripeti, come un mantra, mentre afferri la borsa e ti avvii vero la porta, lanciando uno sguardo distratto al cellulare che continua a suonare
come impazzito dal pavimento. Il rumore della suoneria si smorza grazie alla porta blindata che si chiude, per poi scomparire una volta salita in ascensore.
 
C’è stato un incidente, questa notte. Mi hanno appena chiamata, ma io non posso andare là, non riesco ad andarci. Non posso, capisci? Ti prego, vai, ti supplico. Vai tu. Io non posso, non voglio vederlo così, per l’ultima volta. Ti supplico…
Esci in strada e inizi a camminare, sai che sarà una lunga camminata prima di arrivare alla tua meta, e sai anche che i tacchi entro poco inizieranno a farti male, ma non t’importa. Rallenti il passo, respiri, e ignori la fermata dell’autobus. Andrai a piedi, ti riproponi, testarda, mentre, ignorando il resto del mondo, lasci che le parole udite poco prima ti riempiano e colmino. Parole che ti parlano di una fine, di una morte senza senso e che t’implorano.
Parole che non puoi neanche tentare di ignorare, perché inconsciamente già te le aspettavi, fin dal primo momento in cui, quella
disgraziata mattina, avevi aperto gli occhi colmi delle immagini dimenticate di un sogno premonitore che aveva tentato di avvertirti.

[Orginal] Scatole

di

Scatole

Salvate, salvate la ragazza dagli occhi di tenebra.
Salvatela, sembravano implorare i mormorii di chi aveva tentato e fallito nel tempo.
Corretele incontro, sguainando la luce in grado di diradare le tenebre, salvatela dalle tenebre. Salvatela da se stessa.
Salvate, salvate la ragazza dagli occhi di tenebra e la morte nel cuore.

Bruciava sapere della pietà della gente, bruciava ancor più quando si scorgeva paura, forse rabbia, e si svestiva la pietà dei suoi ingannevoli abiti d’ipocrisia. Una pietà che, spoglia, si rivelava essere l’invidia di chi teme e agogna ciò che non ha e non avrà mai il coraggio di tentare di afferrare.

E allora perché non salvare la ragazza dagli occhi di tenebra?

Salvarla, uniformarla e spingerla nuovamente nella scatola di mediocrità dalla quale era fuggita.
Perché no, non si lasciano cani sciolti, non si può lasciare in libertà. Essa è sbagliata, è brutta e ingannevole.
Dentro la scatola, torna dentro la scatola ragazza dagli occhi di tenebra!

Eppure bruciava anche allora, quando dentro la scatola ancora vi era relegata, ricorda la ragazza.
Vincolata da una pianificazione antica, da regole impiantate nel suo Io anni e anni addietro che rendevano la scatola un’illusoria comoda realtà.
Protezione, rigore e rispetto. Attenzione, ordine e trasparenza. Luce e pulizia. Buono e legittimo.

E la scatola ti stringeva,
lacerava l’anima e avviluppava la carne, lacerandola. Il sangue macchiava vesti, si accumulava nel fondo, impregnando l’aria e tingendo di rosso gli occhi.
E la ragazza dagli occhi di tenebra ricorda ancora quando il mondo era tinto di rosso, il colore del sangue che le sgorgava dalle vene.
E la lingua, timida, saggiava l’aria gustandone il sapore metallico e aspro. Era la vita nella scatola, e la ragazza aveva ancora gli occhi rossi di sangue, prima che le tenebre li inghiottissero.

Le scatole erano tante, belle, e allineate una accanto all’altra in un candido filare di pregevole ordine.
Erano magnifiche, perfette e giuste. E comode per tutti, grassi e magri. Alti e bassi avevano stesse scatole, pari opportunità, identici spazi.
Ed era dello stesso rosso il sangue che sgorgava dalle loro ferite, ma esso restava nelle scatole, imbevendo abiti, ossa e menti.
Il rosso era il colore giusto, il colore della vita nella scatola e del mondo normale.
La ragazza sapeva cosa era normale, sapeva che tutto ciò che era rosso era giusto, come era giusto il dolore che provava, anche se non veniva chiamato “dolore”, ma crescita.

E con la crescita, la scatola diventava sempre più piccola e angusta. Il sangue continuava a sgorgare e tutto sembrava sempre più difficile da considerare giusto.
I suoi occhi erano ancora rossi, rossi come il sangue e rossi come gli occhi di tutte le scatole del mondo. E così era, così doveva essere.
Saperlo, però, non rendeva più semplice sorridere di ogni nuova ferita, di ogni osso spezzato, di ogni fitta alle membra, ormai intorpidite dal lungo risiedere nella scatola.
Instupidita la mente, infiacchite le membra, e la voce… Avevano mai avuto voce le altre scatole del mondo? Aveva mai udito anche un solo sussurro sperso nel vento? No,
nessuno aveva voce, questo era chiaro alla ragazza nella scatola.
Nessuno aveva voce o nessuno aveva qualcosa da dire, troppo impegnati a crescere, poi vivere ed infine morire, in compagnia della scatola
assassina che si nutriva di loro e di ogni loro sospiro.

La ragazza dagli occhi rossi temeva di essere l’unica ad avere voce, a volerla librare nell’aria, a voler urlare per ogni stilla di sangue che la scatola le sottraeva, per ogni goccia di vita a cui rinunciava. Per ogni “giusto”, “normale” e “corretto” a cui si arrendeva continuando ad abitare nella scatola. E il timore la imprigionava più della scatola stessa.

Ma quello che la ragazza non sapeva era che nelle scatole c’è spazio per un solo corpo, non c’è spazio per più pensieri di quelli che ci sono sempre stati. Non è possibile aggiungere o
togliere nulla, nella scatola, dove gli occhi si abituano presto a vedere il mondo color cremisi e le ossa si rompono, saldano e spostano sempre in virtù della cella e dei suoi limiti.
Dove non c’è voce, dove l’aria è impregnata di sangue e tutto è giusto, corretto e perfetto così com’è stato inscatolato. La ragazza non aveva idea di quanto fosse fragile l’equilibrio di quel mondo fatto
di scatole bianche, perfettamente allineate e immolate all’altare di una spietata uguaglianza figlia dell’illimitata ipocrisia.

Tutto questo, la ragazza dagli occhi di tenebra, non lo sapeva quando pensò per la prima volta di essere diversa, di essere l’unica ad avere voce.
E dal concetto di unicità nacque un pensiero nuovo, diverso, che spinse e si dimenò per trovare il suo spazio nella scatola. Spazio che non c’era, ma che, inconsapevole ed egoista, ormai esisteva
e pretendeva il suo vuoto. Premeva e spingeva la ragazza contro le mura della scatola, incurante dell’equilibrio ormai rotto, delle urla di questa.

Dolore, urla e sangue.
Non c’era più spazio per la ragazza dagli occhi di tenebra nella scatola, l’Idea, quella a cui ella stessa aveva incautamente dato vita, sembrava ormai autonoma, e crescendo pressava con ferocia, ferendola.
Ed ella si chiedeva, fra le lacrime, quando avesse dato vita a una tale atrocità, e perché mai non avesse semplicemente accolto la sua esistenza così com’era, dolorosa ma sempre meno di adesso.
Più spoglia e vuota, ma sicuramente più semplice. Perché non aveva voluto accogliere il giusto, il normale… Perché aveva dovuto pensare?

E mentre dentro la scatola combatteva una lotta contro l’Idea, contro se stessa e contro il dolore di una fine ineluttabile, fuori, fra i filari di scatole bianche, una di queste si macchiava di rosso. Rivoli di sangue sgorgavano, macchiando il candore dell’ordine prestabilito e piccole crepe sembravano apparire, lungo gli angoli, lasciando fuoriuscire lamenti, e grida di dolore.

La ragazza stava per scomparire, sotto il peso delle sue stesse idee. Stava morendo, e ne era felice, il dolore avrebbe cessato di devastarla a ogni respiro. E sarebbe scesa la pace.

Nel frattempo le altre scatole se ne stavano ferme, immobili come sempre, e attendevano caute. Tutto è sangue nelle scatole, ma nulla è rosso, fuori di queste. Nulla è diverso, nulla di giusto, almeno. Salvate, salvateci dalla scatola rossa, osano pensare queste, aiutateci a sfuggire dai lamenti dalla scatola piangente.

E mentre queste prendevano coscienza dell’imminente fine del vecchio ordine, qualcosa, nella scatola rossa accadde. Un ultimo singulto, un sospiro spezzato e la ragazza capitolò, mentre le ultime ossa del suo corpo si sottomisero alla pressione dell’Idea che, cibandosi di lei, aveva continuato a crescere spietata.

Non c’era più spazio nella scatola, il sangue ormai imbrattava l’esterno e il rosso tingeva il candido dei marmi lucenti su cui erano disposte le scatole dell’intero mondo. Il mondo non era più bianco, non era più in ordine e sicuramente non era più pulito. E la ragazza dagli occhi rossi era scivolata fuori, ormai senza vita, dalle crepe di quella cella che da sempre l’aveva racchiusa.
È morta, si è finalmente arresa all’idea di essere diversa, di avere una voce, e per questa Idea ha cessato di esistere nella scatola della mediocrità.

Era morta, eppure infine è viva, mentre il sangue ormai nero le impregnava i capelli e il corpo privo di consistenza.
E l’anima, da troppo tempo racchiusa nella scatola, si librava sopra il corpo, osservandosi seria per poi alzare lo sguardo al cielo notturno impreziosito da mille e mille stelle.
Gli occhi un tempo rossi si tinsero del colore del cielo, e il manto della notte l’avvolse rendendola finalmente libera.

Salvate, salvate la ragazza dagli occhi di tenebra.
Salvatela, sembravano implorare i mormorii di chi aveva tentato e fallito nel tempo.
Corretele incontro, sguainando la luce in grado di diradare le tenebre, salvatela dalle tenebre. Salvatela da se stessa.
Salvate, salvate la ragazza dagli occhi di tenebra e la morte nel cuore.

[Naruto!Fanfic]I want them to see me – 私は彼らが私を見てみたい

di

FANFICTION “NARUTO”



Titolo: I want them to see me – 私は彼らが私を見てみたい
Autrice: Nasreen
Beta: acardia17
Rating: G
Personaggi: Naruto Uzumaki, Sorpresa
Avvertimenti: Momento Mancante, What’s if?, One-shot, baby!Naruto

Trama: Forse è vero quando si dice che l’indifferenza fa più male di mille parole. Lo sa bene il piccolo Naruto quanto possa essere doloso e, forse, non soltanto lui.

Dedicata a Billaneve e acardia17.

Sulle note di: Ludovico Einaudi – Primavera

Disclaimer: I personaggi di questa storia appartengono a Masashi Kishimoto e a tutti coloro che ne detengono i diritti di copyright. La storia vera e propria appartiene alla sottoscritta.

Immagine: L’immagine non mi appartiene in nessun modo. Cliccateci sopra per visualizzare la versione ingrandita.

 
I want them to see me – 私は彼らが私を見てみたい

 

Correre, arrampicarsi sugli alberi, cacciare nemici immaginari e cadere, ancora e ancora, un ginocchio sbucciato dopo l’altro. Crollare a terra sfinito, ridere delle ferite riportate e rialzarsi con un sorriso a scacchiera di sfida, ricominciare a correre architettando uno scherzo dopo l’altro in preda ad una strana ed eterna euforia.

Il bambino inciampò nuovamente in una grossa radice e cadde, viso a terra. Il dolore al mento fu percepito come nulla più di un lieve fastidio presto accantonato con una scrollata di spalle, alla pari delle goccioline di sangue che stavano cominciando a imbrattargli la maglia arancio: un piccolo inconveniente, nessuno lo avrebbe ripreso per quello.
Ridacchiò, facendosi forza passandosi il dorso della mano sul viso come a voler cancellare il fastidioso pizzicore. «…Baka!», si disse rialzandosi e scrollando la terra dalla propria tuta sgargiante e strappata.
Riprese a correre trascinandosi dietro una sacca verde più grande di lui ma carica di tesori da sfruttare al più presto; già pregustava il momento in cui sarebbero iniziate le urla. Urla tutte per lui, qualcosa di diverso dalla solita noncuranza, qualcosa di vivo.
Gli occhi azzurri, chiarissimi e luminosi, si incupirono per un breve istante, attraversati da una scheggia di oscurità prontamente sconfitta dalla luce ma sempre in agguato e pronta a invadere e corrompere il proprio ospite. Il bambino alzò gli occhi al cielo, che stava imbrunendosi lentamente, e diede un’occhiata veloce ai tetti lontani di Konoha; doveva sbrigarsi.
Continuò a correre sbattendo qua e là, come ubriaco, gravato in realtà dal peso dei propri tesori. Erano la prova che era andato fin lassù, proprio come aveva giurato quella mattina, dove non era permesso mettere piede per via degli shinobi nemici, dove nessuno osava avventurarsi.
Finalmente vide l’enorme portone del villaggio: era a casa, appena in tempo per evitare la chiusura del passo. Ma, come evocato dai suoi pensieri, in quell’esatto momento l’ingresso di pietra bianca del Villaggio della Foglia iniziò a chiudersi e il bambino si fermò di botto, sgranando gli occhioni per un attimo prima di ricominciare a correre come un forsennato. Non sarebbe riuscito a rientrare per la notte e nessuno gli avrebbe aperto: lo avrebbero lasciato fuori, sordi di fronte ai suoi richiami. No, non di nuovo!
Corse con tutta la velocità permessagli dalla sua statura, con la sacca che gli sbatteva sulla schiena magra e qualcosa, al suo interno, che gli picchiava ripetutamente addosso, tagliando la bisaccia e strappandogli la maglia. “Accidenti, è una delle ultime!”, pensò confusamente mentre si rendeva conto che nessuno gli avrebbe rammendato quell’ultima maglietta. il problema fu però prontamente scacciato da qualcosa di più immediato. “Devo farcela”, si disse intanto che atterrava in scivolata all’interno del villaggio, passando attraverso l’ultimo spiraglio e rischiando di rimanervi schiacciato.
Non si fermò ad osservare le due guardie che, incuranti, stavano continuando a sigillare l’accesso al villaggio. Sapeva cosa avrebbe visto nei loro occhi, sapeva che nessuno di loro era interessato a lui o che rimanesse fuori, solo, per tutta la notte. Sapeva perfettamente che non avrebbe visto nulla, assolutamente nulla, in quegli occhi, e perciò si limitò fare una pernacchia derisoria ai due e scivolare via, verso i giardinetti, verso la propria meta.
Era tardissimo e lui era completamente esausto, ma sarebbe arrivato in tempo e questa volta avrebbero visto, avrebbero voluto vedere i suoi tesori, li avrebbe avuti tutti intorno. Li avrebbe avuti tutti!
Le finestre delle case erano illuminate, qualche camino sbuffava fumo e l’odore di cibo si spandeva per le vie facendo brontolare lo stomaco del bambino. Aveva fame, pensò, passando in volata di fronte a casa Nara: l’odore di carne era delizioso; gli sarebbe piaciuto assaggiarne un po’, o averne un po’ per cena ogni tanto. I suoi occhi si incupirono di nuovo per poi tornare a brillare soddisfatti non appena la grossa cosa appuntita che aveva nella sacca tornò a graffiargli la pelle della schiena, dopo un nuovo rimbalzo.
Doveva sbrigarsi, sorrise beato, prima di svoltare l’ultimo angolo e vedere i giardinetti ancora un po’ popolati anche se i più erano stati richiamati a casa per cena. “Non importa, girerà la voce” sentenziò fiducioso mentre scavalcava la sbarra di legno e si tirava dietro il suo bottino, che sembrava pesare il doppio di quando era partito.
Qualche sguardo incerto si posò velocemente su di lui, prima di essere distolto e puntato altrove come era solito accadere, ma Naruto questa volta non si lasciò scoraggiare e, sfoggiando un sorriso a dir poco radioso, si incamminò verso gli altri bambini.
«Eeeeehi!» li salutò, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Nessuna risposta, come sempre, ma Naruto se l’aspettava e non demorse. «Ohi, sono stato sulle colline!» proseguì, conquistando finalmente qualche occhiata interessata, un passo nella sua direzione e uno sbuffo incredulo.
Nuovamente non si lasciò impressionare – era abituato a molto peggio – ma non poté fare a meno di assottigliare gli occhi in segno di beffa e sfida. Fu solo un attimo perché Naruto si ritrovò a ridacchiare contento, lo stavano guardando.

 

Poco lontano, a dondolarsi pigramente su un altalena solitaria, se ne stava un altro bambino che non aveva staccato lo sguardo di dosso al biondo. Tranquillo ma attento indugiava lì, silenzioso, ad osservare i caparbi tentativi di un ragazzino che giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno, continuava cocciutamente a voler entrare in contatto con il resto di loro. Ogni volta si presentava con qualcosa di assurdo, pericoloso e terribilmente avventato, ogni volta si avvicinava un po’ di più alla propria meta per poi essere ricacciato indietro con uno sguardo o una parola. Il bambino però non si abbatteva, ghignava come a voler indicare che erano loro gli stupidi, erano loro che ci perdevano, e dopo aver urlato sicuro che stavano insultando il prossimo Hokage se ne andava con le mani in tasca e la testa puntata verso il cielo, a fissare qualcosa che conosceva solo lui.
Sbuffò di fronte a quell’inutile sfoggio di ostinazione, si diede un’altra spinta indolente e seguitò a studiare  la scena, come un osservatore silenzioso ma meticoloso. Tanto sapeva perfettamente che non appena quel cocciuto si fosse allontanato, di nuovo sconfitto ma mai arreso, gli altri sarebbero corsi a frugare in quella sacca piena di chissà cosa, avrebbero diviso quel tesoro ormai inutile per il proprio originario proprietario e poi avrebbero incominciato a vantarsi della loro audacia per giorni.
Gli occhi scuri ripresero a scrutare quello strano scenario, che sembrava come congelato in un attimo di stallo; gli altri bambini erano evidentemente combattuti: erano curiosi di scoprire cosa avesse trovato Uzumaki, soprattutto visto lo stato in cui era ridotto, con la tuta tutta sbrindellata e pieno di tagli in quel modo. Questi seguitava a stare fermo, con le mani piantate sui fianchi, il fiatone e lo sguardo di chi vuol sfidare il mondo sapendo di poterlo conquistare, o almeno di è pronto a versare l’ultima goccia di sangue nell’impresa.
 
«Diventerò il prossimo Hokage!»
L’aveva urlato così tante volte che ormai nessuno gli prestava più attenzione –  era quasi fastidioso – eppure in quel momento, fissando quegli occhi chiari così decisi e battaglieri, il ragazzino si chiese se in fondo al di là di quelle parole non vi fosse qualcosa di più, oltre la stupida arroganza che tutti vedevano.

 

«Shiu! Shizu! È ora di rientrare!»
«Ryu! A casa, subito!»
«Inumi, la cena! La mamma ci aspetta»

 

“Ecco, di nuovo” pensò il ragazzino mentre osservava i genitori prendere e portare via gli altri bambini, lontani da Uzumaki, non senza lanciargli occhiate nervose o, peggio ancora, malevole.
 
«…quante volte devo dirti di non avvicinarti a lui!»
Stesso sussurro, le stesse parole ripetute per l’ennesima volta che sembravano fendere il silenzio serale del villaggio. Perfettamente udibili dalle altalene e quindi una cannonata nelle orecchie del biondino che, però, continuava a stare fermo, immobile, a fissare le schiene dell’ennesima sconfitta.
Non sapeva cosa avesse fatto per meritarsi un simile atteggiamento, era impossibile scoprirlo per quanto ci avesse provato. Forse non ci aveva veramente provato, in fondo non gli interessava realmente e non ci si era impegnato più di tanto.
Vide Uzumaki attendere che gli altri avessero lasciato il parco per poi abbassare il capo.
Impossibile dire cosa gli stesse passando per la testa visto il volto celato, osservò il ragazzino al sicuro parecchi passi più in là, fermando il lento dondolio dell’altalena per rimanere perfettamente immobile e invisibile a sua volta, ma per scelta.
Lo scorse chinarsi e afferrare la sacca per poi gettarla fra i cespugli, con noncuranza, e nel farlo poté scorgere per un attimo la schiena dell’altro, graffiata a sangue, venire attraversata da lunghe lacrime rosse. Quando il biondo si voltò per andarsene i suoi occhi erano limpidi, azzurri e placidi come sempre, ma soprattutto asciutti e fintamente sereni. Lo vide alzare gli occhi al cielo scuro, un rituale consolidato negli anni, e ficcarsi le mani in tasca prima di riprendere il vialetto erboso dal quale era arrivato. Le ferite sulla sua schiena continuavano a piangere quelle lacrime che gli occhi non sembravano intenzionati a concedersi.

 

Un alito di vento fece ondeggiare l’altalena su cui era seduto e il rumore attirò l’attenzione dell’altro che si voltò di scatto, quasi guardingo. I loro occhi si incrociarono per un instante, e si videro. Gli unici due bambini, soli, all’ora di cena, nel parco del villaggio.
Si fissarono per un lungo istante, gli occhi chiari e vagamente stupidi del biondo e quelli d’onice del moro. Si scandagliarono, attenti, incerti di fronte a quel contatto ma identificandosi istintivamente. Simili e opposti nella loro solitudine non impiegarono molto per riconoscere l’uno come specchio riflesso dell’altro e a odiarsi di fronte a quella scoperta.

 

Gli occhi chiari fintamente ingenui, necessari per nascondere il dolore derivante da un odio incompreso.
Gli occhi scuri celati dall’apatica freddezza di chi ha perso tutto e non ha altri sogni se non quello di annientare il colpevole.

 

Sasuke Uchiha vide le labbra di Naruto Uzumaki aprirsi in uno smagliante sorriso, un sorriso vero e luminoso, uno di quelli dietro il quale era solito nascondersi. Questo, tuttavia, qualcosa di diverso. Un qualcosa in più che lo infastidì, proprio perché estraneo a quello schema tanto accurato che aveva compilato per il biondo. Gli rispose arcigno, assottigliando gli occhi carichi di risentimento, per poi saltare giù dall’altalena, dargli le spalle e andarsene.

 

Naruto fissò il ragazzino moro, di cui ignorava perfino il nome, ricambiare il suo sorriso con una smorfia di irritazione, ma non gli erano sfuggiti gli occhi scuri che sembrano averlo visto, finalmente, e non trapassato come fosse stato aria o qualcosa di fastidioso. Lo aveva visto, lo aveva visto per davvero. Sbuffò sonoramente per farsi sentire dall’altro e, voltando le spalle, se ne andò segretamente soddisfatto.
Non li aveva avuti tutti, come desiderava, ma aveva avuto tutto ciò per cui aveva faticato quel giorno. A lui bastava.