T., paese di 300 anime (se va bene).
Una stazione, un droghiere, tre bar, un campo da calcetto ora mini centro per giovani delinquenti gestito dalle suore, un giornalaio, un erboristeria, un forno e un’agenzia viaggi. Tutto rigorosamente intorno alla stazione.
Io, anima in pena, che va a comprare il latte (Fatti mandare dalla mammaaaa…!).
Lui, anima in pena, che si guarda intorno con aria spaesata appena uscito dalla stazione (valigia al seguito. No taxi, no bus: unica soluzione logica).
Io, sempre più in pena, cuffiette nelle orecchie me ne torno verso casa con passo scazzato.
Lui, povero stolto, mi tocca un gomito timidamente. – Scusami, il centro?
Io, da brava figlia di buona donna, scoppiando a ridere, lo afferro gentilmente per un braccio – sorridendo! – lo trascino, sempre gentilmente, verso il centro esatto dell’unico incrocio del paese, davanti all’unica fermata de LFI e precisamente davanti alla stazione. Tragitto effettiato: 10 passi.
Eccolo. Centro esatto. Non c’è centro, più centro di questo. Sei al centro esatto del centro di T. Buona permanenza.
10 minuti dopo.
Io, alla guida della mia Punto passo davanti alla Stazione, quasi per sfida. Il tizio è ancora là, cellulare con Tom Tom vocale attivato.
“…destinazione raggiunta. Tempo di percorrenza: 100 metri”.
Ehw? E io che gli ho detto? Ho pure le tette più grosse di quell’ammasso di chip!